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February 7, 2013

UNA ROMA IMMAGINATA

Progetti non realizzati di Alessandro Anselmi

di Selena Anders, Domenico Ferrara, Carla Molinari, Raphaela Papaleo

In urbe felice_Anselmi_ritoccata

INTRODUZIONE

Questo lavoro vuole tentare di fornire un commento attento, seppur parziale, all’opera di Alessandro Anselmi, soffermandosi in particolare sui progetti pensati per Roma e mai realizzati. A pochi giorni dalla scomparsa di questo maestro, a cui la scuola romana – e non solo – devono così tanto, risulta forse ancora più complicato fornire una analisi critica completa ed esaustiva; si è scelto dunque di procedere attraverso una selezione ragionata delle opere e tematiche da analizzare come “frammenti”, potremmo dire, figure tanto care alla poetica progettuale di Anselmi.

In particolare il primo periodo professionale di Anselmi, e dunque le fasi legate al GRAU, vengono proposti tramite un’intervista del collega ed amico Walter Bordini, mentre per quanto riguarda le fasi successive si offrono delle riletture critiche di quattro progetti.

La scelta specifica di questi quattro lavori ricade all’interno di una schematizzazione tematica proposta da Anselmi stesso per l’allestimento della mostra dedicata alla sua carriera e realizzata presso il MAXXI nella primavera del 2004. Schematizzazione di cui egli scrive: “ (…) ho pensato a una lettura delle mie opere attraverso quattro categorie: Lo spazio prospettico; Recinto e frammenti; La scena urbana: il paesaggio; Piano e superficie. Tutta la mia opera, ormai quarantennale, può essere riassunta in questo modo. Naturalmente l’articolazione in quattro categorie pecca di schematicità ed è comunque una riduzione, perché la ricchezza di ogni progetto è difficile da rendere. (…) D’altra parte, quando tu metti in mostra l’architettura la schematicità può aiutare, diventa una forma pedagogica, una guida per far comprendere e comunicare.”1 .

1 Margherita Guccione, Conversazione con Alessandro Anselmi. Roma, 14 febbraio 2004, studio Anselmi, in Alessandro Anselmi. Piano Superficie Progetto

ANSELMI E IL GRAU

Video intervista a Walter Bordini , 4 febbraio 2013

SPAZIO PROSPETTICO

Progetto residenze speciali sull’area degli ex frigoriferi del mattatoio al quartiere Testaccio, Roma

La visione di un’Integrazione Urbana e Sociale

In questa prima categoria “Lo spazio prospettico”, Anselmi spiega che questo è uno spazio prospettico costruito, cioè, è una costruzione dello spazio secondo la prospettiva. Il progetto per il Residence Speciale a Testaccio, Roma, 1994, rappresenta fortemente questa categoria, una volta che lui progetta tenendo in considerazione tutte le caratteristiche dell’ambiente circostante e della storia di Roma.

Il lavoro si svolge al Testaccio, un quartiere molto caratteristico della città per essere uno dei pochi che è riuscito a mantenere il suo spirito popolare e stile di vita semplice nel corso del tempo, è stato definito come “un Paese di Una Città inside”.

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Formato da due blocchi di edifici, l’insieme è progettato esattamente sul sedime degli ex-frigoriferi del mattatoio. Un settore in cui la sua caratteristica morfologia rigorosa e la sua natura (al lato del Monte Testaccio) contrastano con il progetto. Cercando di rispettare l’ambiente circostante, Anselmi ha progettato l’edificio con un altezza di 15m, in allineamento con le linee di gronda dei fabbricati circostanti, fornendo una unità anche all’estetica.

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Le facciate rappresentano fortemente l’intenzione di svolgere una relazione con l’immagine storica del luogo e della città. Le due facciate longitudinali (est e ovest) fanno allusione, nel linguaggio architettonico, a porzioni di antiche mura cittadine, integrate con i ritmi delle bucature dei palazzi di Roma. La facciata est, con l’ingresso principale del palazzo, è costituita da una grande porta con una gradinata addossata alla base della facciata, che permette alla piazza sottostante (prima esistente) di penetrare nell’edificio e si collega fisicamente nello spazio della stessa piazza, anche dando un uso scenico tipico dei luoghi romani.

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La sua facciata sud mostra il legame dei due edifici con una rampa pedonale interna, che rappresenta un “spazio prospettico” architettonico, facendo una trascrizione della salita al Monte Testaccio.

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Nella sua organizzazione interna ritroviamo due tipologie: piccoli appartamenti, per alloggiare nuclei familiari fino a un massimo di cinque persone, e “mini-alloggi”, per una o due persone. Con queste tipologie, Anselmi ha voluto unire l’autonomia e l’integrazione tra gli appartamenti, utilizzando spazi pubblici come tessuto connettivo tra gli alloggi.

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L’edificio si compone anche di parcheggi, sale riunioni, sale di proiezione, un locale per la biblioteca, una lavanderia, un ristorante e caffè. Queste aree sono connesse alla rampa interna pedonale, e alla strada-ballatoio che permette il maggior scambio possibile, dove il percorso si conclude con un spazio dove si trova una vegetazione.

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Secondo Anselmi, l’edificio propone un’unità abitativa che risponde a un nuovo modo di abitare, dove le culture e società possono trovare un’integrazione e contemporaneamente fondersi con la comunità del quartiere.

* Il progetto per Residence Speciali è stato in parte ‘approvato e finanziato da parte del governo, però nel 1988, con la fase di sondaggi preliminari, la Soprintendenza ha vietato di procedere alla demolizione e ricostruzione dell’edificio degli ex-frigoriferi.

RECINTO E FRAMMENTI

Polo del centro direzionale Pietralata – Tiburtina, Roma 1996

Il progetto del centro direzionale di Pietralata – Tiburtina è uno di quei particolari progetti il cui iter risulta così complicato e dilungato nel tempo, come troppo spesso capita in Italia, da essere facilmente paragonabile ad un’epopea fatta di rimandi, rinvii e promesse non mantenute. Tralasciando in questa sede – così come d’altronde fa spesso e galantemente lo stesso Anselmi – i motivi politici ed economici che, fino ad oggi, non hanno portato alla realizzazione di nessuna delle varie proposte richieste e commissionate, ci soffermeremo invece sul progetto di Anselmi e sul discorso, che Mario Pisani definisce “amoroso”, che l’architetto dedica alla città di Roma attraverso di esso.

frammenti2 recinti2

Il lavoro, risalente al 1996, non si limita alla specifica area di progetto ma possiede un respiro più ampio e viene impostato tramite un’analisi, basata principalmente sulle connessioni infrastrutturali e urbane, di tutte le zone coinvolte. Il confronto tra il territorio e la complessità programmatica diventa motivo di riflessione e critica alle nuove dimensioni, e soprattutto alle diverse e confuse scale, con cui la città metropolitana deve rapportarsi, dando origine ad un sistema correlato di parti indipendenti che rimanda alle composizioni astratte di Kandinsky o ai “mobiles” di Calder.

Gli schizzi preparatori realizzati in relazione all’opera del centro direzionale sono particolarmente onirici ed evocativi come se, in contrasto con la complessità programmatica e contestuale, la ricerca concettuale fosse invece di derivazione semplice e intuitiva. Questi disegni ripropongono due temi fondamentali per la poetica di Anselmi: i recinti e i frammenti, temi che andranno poi a caratterizzare la categoria definita per la mostra del MAXXI e di cui l’opera a detta dell’autore fa parte.

Affronteremo l’analisi del progetto a partire da questi schizzi e dalle visioni che essi suggeriscono poiché, trattandosi in fondo di un’opera mai realizzata, sono proprio i disegni a custodirne il senso più vero, come lo stesso Anselmi ricorda: “sono ancora legato alla pratica del pensare disegnando e alla inscindibile unità tra concetto, disegno e forma dell’architettura”1 .

recinti

Attraverso il disegno i recinti, o confini, della città diventano delle mura severe e regolari che tentano di contenere e racchiudere una serie di singoli volumi, che formalmente irriverenti sconfinano verticalmente, separandoli con decisione dal territorio incontaminato. Se però in prospettiva il confine sembra rispettato e dettame di ordine, in pianta invece quelli che sembravano recinti perfettamente chiusi e compatti si rivelano segmenti che si sovrappongono e intersecano, incorniciando e ridefinendo frammenti di città secondo leggi apparentemente casuali.

Nel progetto di Pietralata, nello specifico, i limiti territoriali che appaiono evidenti sono le rotaie ferroviarie ad ovest, la fascia di parchi a nord-est e il costruito della “città storica” a sud: il progetto si insinua tra questi confini e si sviluppa relazionandosi con essi.

La Stazione Tiburtina viene immaginata come un lungo edificio lineare parallelo ai binari, a rappresentare simbolicamente il limite della città moderna e proponendosi quale soglia di ingresso da attraversare. Il confine delle rotaie in questo caso è chiaramente segnato e percepito sul luogo, così la scelta formale conseguente risulta semplice; come spiega Palmieri “il confronto con il contesto e, in termini più estensivi, con il paesaggio implica che il progetto divenga una macchina generatrice di senso, un meccanismo interstiziale, che adattandosi al luogo sa selezionarne e interpretarne le tracce”2 . Allo stesso modo viene sviluppato il polo direzionale che si propone invece come un blocco massivo e corposo, con un fronte compatto e lineare a nord, in relazione diretta con il grande “vuoto” urbano del Parco di Pietralata, mentre a sud si articola in edifici singoli con varie forme e funzioni. Così il dialogo con il verde diventa di rispettoso distacco e ammirazione, mentre lo scambio con la città storica è più vivace e dinamico, con un formalismo fatto di archetipi consapevole della lezione kahniana e una composizione leggera e ironica che sembra invece avvicinarsi al progetto dell’Università di Loyola a Los Angeles di Gehry. Nuovamente è il contesto, e lo stretto intersecarsi delle tracce preesistenti, a suggerire lo sviluppo attraverso la relazione con confini e recinti.

frammenti

La seconda parte di schizzi è relativa ai frammenti, che sulla carta prendono forma e diventano blocchi, agglomerati urbani compositi che sembrano fluttuare sopra un paesaggio incontaminato. Con attenzione notiamo delle linee spezzate al di sotto di questi e che tendono inevitabilmente al suolo, come delle profonde radici che non possono non cercare terra.

Così il progetto del centro direzionale tenta di descrivere una parte dimenticata del “luogo” romano. Il blocco si sviluppa per livelli, collegati verticalmente, a cui corrispondono diversi valori funzionali, formali e simbolici, e che strutturano il frammento progettuale. In particolare i livelli in cui il polo direzionale di Pietralata viene strutturato sono tre: il livello della città, quello del radicamento al suolo e dell’attaccamento al contesto, che nonostante il costante vagare dei frammenti ne determina l’esistenza stessa; il primo livello costruito è invece un sistema pubblico di piazze e percorsi su cui si articola un nuovo impianto relazionale; infine il secondo livello costruito è quello degli edifici direzionali, compatti verso nord e distinti in singoli edifici verso sud.

Dunque anche la tematica del frammento si rivela strumento strategico per la comprensione del contesto e delle sue tracce: così le sezioni dimostrano un lavoro di indagine verticale, di affioramento e sovrapposizione della materia, simile alle operazioni gestuali di Burri ma anche, e soprattutto, a quelle concettuali di Rotella o Rauschenberg. Così anche Anselmi descrive la sua realtà contemporanea per mezzo del frammento: “Il mistero e il dramma dell’arte moderna è costituito dal suo essere “solo” e “continuamente” frammento, e, tuttavia, questo frammento è costretto sempre a descrivere il mondo. E’ possibile, oggi, risolvere definitivamente questa contraddizione? Sfugge l’architettura, anch’essa arte, all’ambiguità di tale condizione conoscitiva?”3.

infinito

L’ultimo schizzo è forse il più indefinito ma anche il più allusivo: è l’antropizzazione senza fine del territorio, un recinto in cui lo spazio della memoria è infinito e i frammenti affiorano in parte. Così tentando di concludere e ricomporre l’idea progettuale soggiungono necessariamente altri e nuovi concetti che sembrano appartenere al progetto e il tentativo di unificazione risulta non solo vano ma inesatto. Solo il contesto, e la relazione progettuale con esso, sembrano rimanere protagonisti della lunga e complessa ricerca di Anselmi e, forse, è proprio questa la lezione più grande che questo architetto ci ha consegnato: “Proviamo, allora, a ribaltare la metodologia di lettura del “luogo”; proviamo a definirne l’identità non come sintesi a priori assoluta, ma come compresenza di oggetti, reperti ed eventi giustapposti, incastrati, in una parola, confusi tra di loro. Probabilmente la nostra sensibilità di progettisti dovrà essere capace di sciogliere questo intreccio per arrivare, non all’unità, ma alla separazione delle tracce e per poter, in questo modo, “giudicare” le diverse qualità, estetiche, contenute in quell’apparente caos.”4 .

1 Alessandro Anselmi, Il disegno: una pratica desueta?, in Alessandro Anselmi. Piano Superficie Progetto

2 Valerio Palmieri, L’astuzia del bricoleur, in Alessandro Anselmi. Piano Superficie Progetto

3 Alessandro Anselmi, Padiglione Italia: 12 progetti per la Biennale di Venezia, Edizione La Biennale di Venezia, 1988

4 Alessandro Anselmi, La “forma” del luogo in L’architettura della stratificazione urbana

SCENA URBANA

Complesso edilizio polifunzionale presso la Stazione di San Pietro

Il quartiere della Stazione di San Pietro, costruito all’inizio del ‘900, è un classico esempio di un luogo al centro della cittá che, invece di integrarsi all’interno del tessuto urbano, è rimasto isolato dalle aree circostanti. Quest’area è infatti rimasta periferica rispetto alle zone limitrofe di S. Maria delle Fornaci a est, Via Gregorio VII a nord e Via del Monte del Gallo a ovest.

Per creare un quartiere completo e vivace sarebbe stato necessario un intervento per migliorare la connessione e l’integrazione della stazione ferroviaria con queste aree limitrofe. La posizione della stazione e la direzione dei binari infatti, creavano e creano tuttora, una vera e propria barriera che spacca il quartiere in due aree ben distinte. La stazione ferroviaria, situata proprio accanto Piazza S. Pietro in una delle aree con maggiore pressione turistica d’Italia, avrebbe decisamente la necessitá di migliorare il modo in cui lo spazio viene utilizzato sia dai residenti che dai turisti.

Proprio con questo obiettivo l’Anselmi propose la costruzione di un edificio multiuso 25x180m. L’edificio avrebbe dovuto estendere il tessuto urbano lungo i binari della stazione, Via Paolo II e Via Nicolò III. Questo edificio multiuso avrebbe dovuto includere un hotel con circa 100 stanze, un centro commerciale, sale per conferenze e spettacoli, una biblioteca, un teatro all’aperto e gli uffici amministrativi.

Dalla forma dell’edificio non sarebbe stato possibile capire la natura dei servizi presenti al suo interno, ma la struttura in vetro e acciaio sarebbe stata ben distinta dagli altri edifici presenti nel quartiere. Simile ai cubi con travi a sbalzo progettati per i piani superiori del palazzo disegnato per Testaccio negli anni ’80, l’Anselmi prende alcune delle sue classiche forme geometriche utilizzandole anche in questo edificio. L’evoluzione del suo disegno parte dalle rigide forme geometriche per arrivare a sperimentare le forme piú complesse che l’ingegneria moderna ha reso possibile. In una nuova stesura del progetto risalente al periodo 1997-2002 l’Anselmi apporta notevoli cambiamenti rispetto al disegno iniziale.

La costruzione dei disegni dell’Anselmi sono stati presi in carico dal gruppo PROGER per un costo di 32.5 milioni di euro, ma non è stato programmato alcun accurato studio geologico e storico del sito prima dell’inizio dei lavori. Proprio a causa della scoperta di un piccolo lago naturale sotterraneo dove avrebbero dovuto trovarsi parte delle fondamenta della nuova costruzione, i lavori sono stati interrotti e, come risultato, la spaccatura fra le due aree che l’Anselmi avrebbe voluto sanare ad oggi è ancora piú marcata.

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Pianta, Complesso Edilizio Plurifunzionale presso la Stazione di San Pietro

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Prospettiva, Complesso Edilizio Plurifunzionale presso la Stazione di San Pietro

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Prospettiva, Complesso Edilizio Plurifunzionale presso la Stazione di San Pietro

PIANO E SUPERFICIE

Un museo archeologico nei pressi di Santa Maria in Cosmedin

Roma Interrotta

Il fotomontaggio qui sotto è un collage sull’area del Foro Boario, cuore della Roma repubblicana, nello spirito della mostra Roma Interrotta del ’78. Un po’ Atlantide, un po’ Collage City alla Rowe, l’immagine propone un frammento di Roma come città della storia, sovrapponendo alla pianta del Nolli, il progetto di Pierluisi per il Nuovo Centro della città (1984) e il progetto del Museo Archeologico vicino S.ta Maria in Cosmedin di Anselmi (1985). Un ideale diorama, una visione sincronica e diacronica nello stesso tempo, dei progetti riconducibili al gruppo G.R.A.U. su quest’area.

Nolli_Pierluisi_Anselmi

RICORDARE PAROLE PERDUTE. Nello spazio minimo di un coccodrillo la sintesi ha la debolezza di una ricognizione superficiale, così insegue, ostinata, formule espressive dense e risolutive. L’efficacia persuasiva del motto scandisce le immagini e una formula ritorna ossessiva, col potenziale ritmico di un manifesto, come una citazione assorbita al punto da divenire uno slogan: ecco, ha vinto lei…RICORDARE PAROLE PERDUTE.

Eccola l’architettura di Anselmi, radicata in una città fuori dal tempo che sfuma in una natura fuori dallo spazio. In urbe felice, Anselmi attraversa una corrente di tracce contaminate dalla memoria, alla ricerca del frammento dal significato autonomo, dell’ombra allusiva dentro un vuoto scenografico, insegue la piega come generatrice dello spazio urbano. Un instancabile lavoro archeologico, scavare nel magma della memoria per estrarre le PAROLE di una frase mai pronunciata.

Traccia, senso, teatro, artificio, Simmel simultaneo poroso Benjamin, Roma come eco di tutte le città del mondo, campionario di forme archetipe, fiera architettonica.

Anselmi – Roma – Architettura.

Ogni progetto di Anselmi è ambientato a Roma, in una Roma che è città inevitabilmente interrotta, un non-finito in sé completo, dove la memoria recupera domande dalle infinite risposte possibili. Ricordare; parole; perdute.

Il progetto del Museo Archeologico vicino Santa Maria in Cosmedin del 1985 è una tappa significativa dell’evoluzione progettuale di Anselmi. Superata l’esperienza del G.R.A.U., l’architetto romano si confronta con un tema complesso, in un luogo-chiave della Roma Repubblicana. Qui, in un contesto ipertrofico di segni architettonici e di frammenti ad elevato contenuto simbolico, egli persegue un suo personale dialogo con la storia dell’Urbe, filtrando e scavando tra le forme archetipe del sito. La sua architettura nasce proprio dalla rielaborazione critica delle tracce “sensibili”, raccoglie selettivamente gli impulsi legati al luogo e li traduce in forme architettoniche di grande forza iconica.

Uno schizzo di Anselmi (Fig.1) mostra la volontà di non alterare un assetto urbanistico ormai consolidato, affrontando la complessità del luogo con un inserimento “discreto” nel contesto esistente. Sono già leggibili gli elementi cardine del progetto: la riduzione del sito alle sue forme architettoniche emblematiche si accompagna alla ricerca di un legame forte con le preesistenze, all’individuazione di allineamenti e direttrici che costruiscano scenograficamente lo spazio prospettico. La stretta valle tra le colline del Campidoglio e dell’Aventino è esaltata nella forma triangolare di un “sistema ponte” che riverbera le ondulazioni del terreno e le spinge fin dentro le acque del Tevere, dove una torre-belvedere segnala il cuore della città eterna, il guado dove sorgeva il mitico portus Tiberinus.

Un edificio che vuole contemporaneamente segnalare e mettersi in mostra, un punto di osservazione ideale che si fa evento, ancorato sul Lungotevere ed alleggerito nell’impatto sull’assetto urbano.

Anselmi sembra chiederci di osservare per capire, di cogliere nella topografia dell’area le ragioni del suo valore storico-monumentale. La sua sinuosa promenade-terrazza-tettoia si immerge nelle pieghe del terreno e della città con la presenza scenica di un pontile, ma nello stesso tempo rinuncia alla propria natura di edificio, proponendo un percorso espositivo inedito, aperto, un confronto diretto tra repertorio archeologico e città (Fig.2).

Fig.1

Fig. 1 Schizzo preliminare per il progetto del Museo Archeologico vicino Santa Maria in Cosmedin

Fig.2Fig. 2 Veduta generale del progetto

BIBLIOGRAFIA

Alessandro Anselmi, Padiglione Italia: 12 progetti per la Biennale di Venezia, Edizione La Biennale di Venezia, 1988

C. Conforti e J. Lucan, Alessandro Anselmi, Electa

Danilo D’Anna (a cura di), Quarantaquattro domande a Alessandro Anselmi, Clean Edizioni, 2000

Claudio Del Moro, L’architettura della stratificazione urbana, Edizioni Artefatto, 1994

Margherita Guccione e Valerio Palmieri (a cura di), Alessandro Anselmi. Piano Superficie Progetto, Motta Editore, 2004

“Metamorfosi – Quaderni di architettura” n.20, Il GRAU dopo il GRAU. 1981-1993, 1993

Francesco Moschini (a cura di), Alessandro Anselmi, Studio Grau, Occasioni d’Architettura, Progetto/Dettaglio, Edizioni Kappa

New York Chapter / American Institute of Architects, Alessandro Anselmi (G.R.A.U.)

Mario Pisano (a cura di), Alessandro Anselmi. Icone per il terzo millennio, Politi Editore, 1996

Roma Rome, Vaisseau de pierres, L’ivre de pierres

“Zodiac” n.17, Marzo – Agosto 1997

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