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La profondità dei sensi

March 11, 2013

Oggi, la profondità di quello che siamo poggia su ghiaccio sottile” (S. Holl, in Pallasmaa, 2007:9).

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Questo post è una breve riflessione su un tema che, nel variegato panorama del dibattito architettonico contemporaneo, trova una crescente attenzione, anche all’interno di ipotesi critiche tra loro eterogenee. L’imperante tendenza al consumo di beni e di immagini, anche nel campo dell’architettura, la sovrabbondante disponibilità di informazioni acritiche, l’ondata estetizzante che asseconda una fruizione epidermica dei luoghi e delle merci, producono per controcanto una riflessione sulla profondità e sul ruolo dei sensi nella nostra esperienza quotidiana.

Per alcuni versi, potremmo affermare che, se per l’età moderna il processo fondamentale è l’heideggeriana “conquista del mondo come immagine”, con il suo portato di analitico distacco, la postmodernità, nella sua stessa ambiguità semantica, si interroga sull’esistenza stessa, sulla coerenza e sullo spessore di un essere polverizzato.

Nell’era dell’iperconsumo e del personal computer, con la sua marea inarrestabile di informazioni ed immagini, è per certi versi naturale porsi l’esigenza di un radicamento, interrogarsi su quali obiettivi perseguiamo. La questione, chiaramente, è sistemica e travalica i confini dell’architettura. Basti pensare alle tesi di Ha-Joon Chang, ripreso da Oliviero Bergamini nel suo viaggio in America, che ha smitizzato il peso storico di Internet, considerato un’innovazione meno profonda della lavatrice quanto ad impatto sull’economia e la società.

Ma è sufficiente restare nell’ambito disciplinare dell’architettura per farsi un’idea.

Nell’ultima parte di Architettura e modernità – Dal Bauhaus alla rivoluzione informatica, A. Saggio proietta la questione in avanti e pone i termini della sfida. Il vero banco di prova è la capacità dell’Information Technology di farsi “sostanza” architettonica. Ma, in realtà, l’autore individua già il vero nodo dirimente: ““La profondità” dello schermo è un tema pieno di molte implicazioni: di volta in volta questa profondità è illusionistica o interattiva o informativa o addirittura intelligente”(Saggio, 2010:409, corsivi nostri). Il famigerato salto “dentro” lo schermo cui l’autore allude con riferimento a Lewis Carroll è sempre un riflesso di ciò che cerchiamo nel paese delle meraviglie. Questa affermazione appare, allora, un’accorta premessa alle argomentazioni e agli esempi successivi: la profondità interattiva del SK Building di Seoul o quella altrettanto intelligente di Blur di Diller&Scofidio sono per codice costitutivo parametri di tipo tendenzioso. E su questo punto ci ripromettiamo di tornare.

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Quale che sia l’esito di questo salto, l’autore ha sicuramente il merito di cogliere l’attualità della questione, e di offrirne un’inquadratura. Non molto distante, per alcuni versi, è l’approccio di I. Àbalos ne Il buon abitare, dove l’architetto spagnolo affronta la profondità dello spazio domestico come una delle voci immancabili di una personale ed ideale indagine sull’abitare. Questo “declassamento” della profondità da obiettivo ad attributo della vera questione è un’implicita sottolineatura dell’architettura come spazio vissuto: uno spazio “non profondo” è un tentativo fallito, ai margini dell’architettura.

Significativa è, tra l’altro, la lettura offerta da Àbalos della casa fenomenologica, un tema che presentiamo qui nella diversa sfumatura esposta da J. Pallasmaa. Ne Gli occhi della pelle l’architetto finlandese traccia una diagnosi dell’incapacità dell’architettura moderna e contemporanea nel farsi esperienza e quindi nel radicarsi. La dittatura oculocentrica e il rifiuto del corpo come oggetto psichico hanno spinto l’architettura verso l’alienazione, cioè verso spazi respingenti concepiti per spettatori non per abitanti. Il sottofondo teorico della riflessione di Pallasmaa è quello della fenomenologia di Merleau-Ponty e sussume la piena rivalutazione del valore conoscitivo della percezione sensoriale. È su quel livello, cioè sulla pienezza dell’esperienza sensoriale, che interviene la qualità architettonica. La profondità dell’esperienza percettiva coincide con la “raffinatezza sensuale” dell’opera. La profondità di Pallasmaa è in Kahn e Aalto – ieri – in Murcutt, Holl e Zumthor oggi. Nelle ultime righe del suo libro, Pallasmaa avverte l’esigenza di ribadire ulteriormente: “L’architettura è l’arte della riconciliazione tra noi stessi e il mondo, e questa mediazione avviene attraverso i sensi” (Pallasmaa, 2007:89).

Il tema ci pare stimolante ed in queste righe non vi è che un seme: la molteplice lettura del termine profondità invita ad una preliminare definizione degli obiettivi dell’architettura e del suo statuto disciplinare. Quasi come un predicato, o nel migliore dei casi un requisito interno al vero oggetto di ricerca, profondità sembra richiamare un salto verso la carne viva del fare architettura, ma non può essere decisivo se non ci si interroga sul significato che attribuiamo a questo fare. E questa riflessione porta, inevitabilmente, ad indagare sulla nostra dimensione sensoriale e percettiva. In definitiva, sulla profondità dei nostri sensi. Verrebbe da dire, con Hegel, che “non c’è niente di più profondo di ciò che appare in superficie”. Il nodo è chiarire cosa intendiamo per superficie.

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